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"La sua intraprendenza e la sua audacia erano per la nostra famiglia una garanzia e un sostegno".
Così si esprimeva Demetrio Plutino, fratello di don Sebastiano, qualche anno fa.
La lontananza del padre, emigrato in America, aveva trovato in queste doti di don Sebastiano una sicurezza per la famiglia ed un grande sostegno per la madre. In quella contrada di Aretina, sulle colline che dominano lo stretto della Calabria, il lavoro della terra era pesante e duro e solo la capacità del capofamiglia riusciva ad estrarre da quella terra quello che bastava alla sopravvivenza.
Ma Sebastiano Plutino, il primo di quattro figli, fin da bambino sentiva una "spinta missionaria" che gli orizzonti sconfinati di quell'angolo di mare che osservava dalla sua terra rendeva ogni giorno di più imperiosa e sollecita. Accompagnava la mamma alle quattro del mattino nella chiesa parrocchiale distante oltre cinque chilometri, per partecipare alla Messa mattutina. Coltivò nel silenzio il segreto della sua vocazione, che intanto si manifestava nel servizio puntuale e generoso di quanto occorreva alla sua famiglia. Non lasciò mai trapelare quali sentimenti contrapposti logoravano il suo giovane animo, probabilmente l'intimità con la Madonna avrà ricevuto le sue confidenze. Sappiamo solo che quando decise di partire per Tortona, in provincia di Alessandria, aveva 19 anni, era il 20 novembre 1927 e sul marciapiede della stazione di Reggio Calabria lo sguardo di sua madre lo penetrò in un modo talmente forte, che lo ha ricordato per tutta la vita.
Certo uno sguardo pieno d'amore e di tenerezza, ma anche di tanta sofferenza. Donava generosamente a Dio quel figlio che rappresentava il grande sostegno. Il senso ed il valore della famiglia rimasero sempre fondamento e baluardo di una vita che in essa voleva si trovassero i punti di riferimento sicuro e di garanzia per una crescita equilibrata.
Partì dunque dalla Calabria con altri tre compagni e giunse a Tortona, al "Paterno", la casa madre della giovane Congregazione dei "Figli della Divina Provvidenza" (don Orione). C'era molto freddo, il gelo tortonese non si addiceva certo all'abbigliamento povero e usuale dei paesi del sud, dei paesi del sole. Giunsero perciò infreddoliti e disorientati e li fecero entrare nel refettorio per mangiare subito qualcosa di caldo.
Era grande l'ansia nel cuore di Sebastiano; l'attesa di scoprire l'orientamento definitivo della sua vita, frutto anche di tanta sofferenza, non lasciava spazio ad indugi e perplessità. Dopo poco un prete, ancora giovane, portò la minestra e li servì. Era una minestra calda, ma non bastava. Sebastiano non ce la fece più, e alzando gli occhi verso quel prete che li serviva gli chiese con fare imperioso: "Ma noi vogliamo vedere don Orione!".
"Sono io" rispose quel prete.
In quell'attimo pensiamo si sia acquietato per sempre quell'animo irruente giovanile che aveva sentito parlare di quel prete e che in lui rivedeva tracciata la sua strada verso Dio.
Sebastiano era cresciuto nella povertà, definita da don Orione una provvidenza, aveva lasciato i suoi familiari per andare a servire nelle terre lontane, sconosciute e invisibili, Cristo nei fratelli, nei più poveri, negli ultimi.
Cominciò così il suo itinerario di religioso orionino, animato e sostenuto sempre dallo stesso Fondatore che, chiamandolo per nome, spesso gli chiedeva di portargli il caffè.
Rimangono nel mistero le segrete voci dello Spirito che hanno guidato l'itinerario vocazionale di Sebastiano Plutino, certo fu provato da molte difficoltà e sofferenze, ma lo sguardo vigile di don Orione, con la maestria dell'uomo di Dio, le seppero far superare con gioia e passione.
Divenne così religioso, subito impegnato nelle attività formative e pastorali della crescente Congregazione e finalmente il 21 dicembre del 1940, dopo alcuni mesi dalla morte di don Orione, che il popolo già proclamava santo, nella Basilica di San Marco a Venezia fu consacrato sacerdote per sempre.
Fu nominato assistente agli "Artigianelli" di Venezia, studiò, ma soprattutto mantenne sempre viva una spiritualità missionaria che si faceva servizio umile e silenzioso ai fratelli più bisognosi. Nella stessa Venezia infatti il lavoro affidatogli dalla Congregazione era la base per guardare oltre, coloro che più avevano bisogno del lieto annuncio del Vangelo, della Parola di Dio.
A Venezia quelle terre lontane che fin da bambino lui sognava, erano vicine a lui, su quelle navi che approdavano in quel porto per ripartire dopo qualche giorno. Iniziò così il suo impegno apostolico con i marinai. Non era fatto di prediche, ma soprattutto di condivisione, di ascolto, del farsi umile servo dei naviganti.
Iniziò forse così, in modo informale, ad accogliere quanto di più segreto c'è nel cuore degli uomini e quando fu costretto a lasciare Venezia per andare a Foggia questo modo di condividere i problemi degli uomini lo portò a lunghe ore di confessionale.
Nel 1948 fu trasferito a Roma, nella Parrocchia di Ognissanti, dove la forza del suo sacerdozio, della sua attività pastorale continuò ad essere il confessionale. Da quel confessionale, Dio gli mostrò il nuovo cammino apostolico che, attraverso impervie strade, lo dovevano immergere in una delle realtà sociali più umili ed emarginate confondendo la sua storia di sacerdote religioso con la storia degli umili, dei poveri aggregati in un movimento, il Movimento Tra Noi.
Le sue condizioni di salute avevano impedito il suo partire per terre lontane, ma avevano reso sempre più sensibile e urgente la sua ansia missionaria, che si andava sempre più realizzando con immigrati dalle regioni italiane e, negli ultimi trent'anni, con gli immigrati provenienti da tutti i Paesi del mondo. Non era stato lui ad "andare in missione", ma le donne e gli uomini della missione erano giunti da lui.
È rimasta nel mistero la sofferenza della sua rinuncia "missionaria"; mistero che si è fatto però eloquente nella sua passione sacerdotale dell'offerta quotidiana nel sacrificio eucaristico. In quella offerta che segnava anche il suo ultimo respiro terreno l'11 maggio del 2001, avvenuto all'offertorio della Messa celebrata per gli agonizzanti da don Giovanni D'Ercole, nella stanza accanto.
Era il sigillo di una vita sacerdotale totalmente spesa al servizio di Cristo nei fratelli, nell'umile offerta che solo un cuore che ama può costantemente proporre.
 
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