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Giovani - Siete il presente, siate il futuro più luminoso”

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Giovani2018121È questo l’augurio-messaggio che i Padri Conciliari hanno lasciato ai giovani, al termine del Sinodo dei Vescovi sul tema “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale”.

Una solenne celebrazione e la pubblicazione di un Documento finale hanno concluso, domenica 29 ottobre, l’Assemblea. Oltre 250 i padri sinodali che vi hanno preso parte, due dei quali provenienti per la prima volta dalla Cina continentale. Una quarantina di giovani sotto i trenta anni, in veste di uditori. Una presenza significativa esuberante sempre attiva nei canali digitali con la pubblicazione di post e selfie con il Papa e con i Padri, incontrati in modo informale lungo i corridoi, nei momenti distensivi o nei luoghi ufficiali come i circoli minori.
Sempre disponibili ad uno scambio alla pari e all’offerta di un contributo, fatto di critiche costruttive e di proposte concrete. Senza alcun timore dei ruoli o dei capelli bianchi facendo proprio l’invito del papa di “aggrapparsi alla barca della Chiesa che, pur attraverso le tempeste impietose del mondo, continua ad offrire a tutti rifugio e ospitalità”.
Vale la pena, aveva detto, metterci in ascolto gli uni degli altri.
E possiamo dire che questo sinodo è stato proprio un luogo di apprendimento riguardo la gioventù che i padri sinodali hanno voluto scandagliare in tutte le sue sfaccettature, grazie al contributo dei diretti interessati.

Giovani2018122L’assise sinodale infatti non è stata solo per i giovani, ma con i giovani e la parola chiave è stata fin dall’inizio “ascolto”.
Un ascolto, dice il Papa, “che richiede tempo, attenzio ne, apertura della mente e del cuore. Come Chiesa di Gesù desideriamo metterci in vostro ascolto con amore, certi di due cose: che la vostra vita è preziosa per Dio perché Dio è giovane; e che la vostra vita è preziosa anche per noi, anzi è necessaria per andare avanti. Ma l’ascolto per quanto prezioso e importante da solo non basta per portare frutto deve tradursi in Vangelo vissuto, in carità concreta, in esistenza quotidiana”. 

Le nostre debolezze non vi scoraggino, hanno detto i Padri Sinodali ai giovani nella lettera conclusiva – la Chiesa e il mondo hanno urgente bisogno del vostro entusiasmo

Molti sono stati i temi trattati: rapporto tra mondo virtuale e reale, migrazione, ruolo della scuola e dell’università, vita nelle parrocchie e formazione dei catechisti, relazioni e amicizie, rapporti familiari e generazionali.
Si è parlato della pastorale digitale, di come la chiesa possa trovarsi nel mondo social” ha detto il prefetto del Dicastero per la Comunicazione, e il Vescovo del Camerum ha sottolineato “abbiamo gli stessi problemi, ma li affrontiamo da punti di vista diversi. Le Chiese in Camerum sono stracolme, ma i giovani non sono contenti a causa dei tanti problemi che attraversano l’Africa. Come aiutarli? Stiamo cercando tutti la stessa soluzione”.
Un sinodo sui giovani con i giovani -ha affermato il Presidente della Conferenza Episcopale della Bielorussia - che lo rende particolarmente dinamico, perché i giovani sono sempre in cammino”.
Vivo la sorpresa della vicinanza nei temi che si affrontano, nelle sfide della Chiesa di oggi, pur nella diversità delle situazioni” ha affermato il Pastore della Chiesa Evangelica di Roma presente in qualità di delegato fraterno. 

Nel corso dell’Assemblea il 6 ottobre si è svolto un incontro particolare tra i giovani, il Papa e i Padri Sinodali, nella cornice dell’aula Paolo VI dal titolo: “Noi per. Unici, solidali, creativi”.
Come filo conduttore tre temi:
  • la ricerca della propria identità
  • le relazioni
  • la vita come servizio e donazione
Molte sono state le testimonianza di vita, studio, lavoro e difficoltà di operare delle scelte per il futuro, inframezzate da momenti musicali ed artistici.

Infine al termine del sinodo un ultimo dono del Papa ai giovani uditori, il volumetto “Docat”- (Edizioni San Paolo) con un compendio della dottrina sociale della Chiesa, dalla Rerum Novarum di Leone XIII (1891) fino agli ultimi testi di papa Francesco: un manuale strutturato in domande e risposte intorno al tema del ruolo dell’uomo nella Chiesa e nella società, che dovrebbe essere una guida per il cammino che ora si apre.
Un cammino di speranza e di coraggio che siamo sicuri non mancherà ai nostri giovani, se sapremo accompagnarli con la discrezione e l’amore capace di accoglierli e sostenerli con la sapienza del cuore verso gli orizzonti vasti di una umanità rinnovata. •

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Nello Spirito di don Orione - Più Fede

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Più fede! Fratelli, non siamo spiriti scoraggiati: abbiamo fede, più fede!
Che cosa manca un po’ a tutti, a noi tutti, oggi, per adoprarci, nel nome di Dio e in unione con Cristo, a salvare il mondo e a impedire che il popolo si allontani dalla Chiesa? Che cosa ci manca, perché la carità, la giustizia, la verità non siano vinte, e non rientrino nel seno di Dio, maledicendo all’umanità, che avrà rifiutato di dare il suo frutto? Ci manca la fede! 

Fede«Se aveste della fede soltanto come un grano 
di senape, ha detto Gesù, voi trasportereste le montagne, e niente vi sarebbe impossibile».

Fede, fratelli, più fede!

Chi di noi crede che si possano trasportare le 
montagne, guarire i popoli, far predominare la giustizia nel mondo, far risplendere la verità allo spirito umano, unire nella carità di Cristo tutta la terra? Dove sono questi credenti? Più fede, fratelli, ci vuole più fede!
Manca la fede in quelli che bisogna salvare, e la fede manca, talora - ah, con quanto dolore dell’anima lo dico —, manca o langue assai la fede in me e pur in altri di noi che vogliamo o crediamo di volere illuminare e salvare le folle. Siamo sinceri. Perché non sempre rinnoviamo la società, perché non abbiamo sempre la forza di trascinare? Ci manca la fede, la fede calda!

Viviamo poco di Dio, e molto del mondo: viviamo in una vita spirituale tisica, manca quella vera vita di fede e di Cristo in noi, che ha insita in sé tutta l’aspirazione alla verità e al progresso sociale; che penetra tutto e tutti, e va sino ai più umili lavoratori. Ci manca quella fede che fa della vita un apostolato fervido in favore dei miseri e degli oppressi, com’è tutta la vita e il Vangelo di Gesù Cristo. Manca la fede, quella fede divina, pratica e sociale del vangelo, che dà al popolo la vita di Dio e anche il pane.
Ecco la piaga! Se vogliamo oggi lavorare utilmente al ritorno del secolo verso la luce e la civiltà, al rinnovamento della vita pubblica e privata, è necessario che la fede risusciti in noi e ci risvegli da questo sonno.


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Chiesa - Da una economia dello scarto a una economia solidale

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“Il Sole 24 Ore” intervista papa Francesco del 7 settembre 2018
a cura di Guido Gentili

Nella intervista che papa Francesco ha concesso al direttore del giornale “economico” Sole 24 Ore, dottor Guido Gentili il 7 settembre u.s. vibra tutta la passione del papa nell’orientare ogni attività umana e quindi anche quella economica e finanziaria ad un nuovo umanesimo che pone al centro la persona e il bene comune.
Ribadisce con chiarezza quanto la dottrina sociale della Chiesa ha espresso e richiama alcuni documenti dei suoi predecessori, specialmente di Papa Paolo VI.
Il bisogno di coraggio e di geniale creatività è essenziale per “convertirsi” ad un nuovo stile economicofinanziario che non abbia come idolo il denaro, ma lo sviluppo della dignità della persona e del benessere sociale. Riportiamo alcune domande e risposte dell’intervista che sono molto eloquenti della forza pastorale del Papa e del suo impegno a proporre nuovi sistemi che rafforzano la produttività valorizzando la persona e la collaborazione reciproca. 
Per noi sono motivo di riflessione e di “conversione” per migliorare le prospettive delle nostre attività e collaborare alla costruzione di un mondo più giusto e più umano.

– Santità, un antico proverbio africano sostiene: «Se vuoi andare veloce vai solo, ma se vuoi andare lontano vai insieme».
Tutti noi sappiamo quanto si può correre velocemente, grazie ai nuovi strumenti dell’innovazione tecnologica, nella comunicazione – anche tra le persone – e nell’economia. Ma le crisi profonde che si sono succedute, assieme a una perdurante e dilagante incertezza, sembrano averci tagliato e oscurato gli orizzonti. In Gran Bretagna, addirittura, è nato un ministero che si occupa della “solitudine”.
Farebbe suo quel proverbio?

Questo proverbio esprime una verità; il singolo può essere bravo, ma la crescita è sempre il risultato dell’impegno di ciascuno per il bene della comunità. Infatti le capacità individuali non possono esprimersi al di fuori di un ambiente comunitario favorevole, dal momento che non si può pensare che il risultato raggiunto sia semplicemente la somma delle singole capacità. Dico questo non per mortificare i singoli o per non riconoscere i talenti di ciascuno, ma per aiutarci a non dimenticare che nessuno può vivere isolato o indipendente dagli altri. La vita sociale non è costituita dalla somma delle individualità, ma dalla crescita di un popolo.

– Come si riesce a essere “inclusivi”?

Vedere l’umanità come un’unica famiglia è il primo modo per essere inclusivi. Noi siamo chiamati a vivere insieme e a fare spazio per accogliere la collaborazione di tutti. Se ci guardiamo attorno con il cuore aperto non ci sfuggono le tante, le tantissime e preziose storie di sostegno, vicinanza, attenzione, di gesti di gratuità, toccando con mano che la solidarietà si estende sempre più. Se la comunità in cui viviamo è la nostra famiglia, diventa più semplice evitare la competizione per abbracciare l’aiuto reciproco. Come succede nelle nostre famiglie di appartenenza, dove la crescita vera, quella che non crea esclusi e scarti, è il risultato di relazioni sostenute dalla tenerezza e dalla misericordia, non dalla smania di successo e dalla esclusione strategica di chi ci vive accanto.
La scienza, la tecnica, il progresso tecnologico possono rendere più veloci le azioni, ma il cuore è esclusiva della persona per immettere un supplemento di amore nelle relazioni e nelle istituzioni.

ricchi– Non avere un progetto condiviso sulla riduzione delle diseguaglianze in un sistema sempre più globalizzato può determinare quella che Lei chiama “l’economia dello scarto”, dove le stesse persone diventano “scarti”.
Nell’ultimo documento («Oeconomicae et pecuniariae quaestiones – Considerazioni per un discernimento etico circa alcuni aspetti dell’attuale sistema economico») la Santa Sede afferma che l’economia «ha bisogno per il suo corretto funzionamento di un’etica amica della persona». 
Ci può spiegare questo punto?

Innanzitutto una precisazione sull’idea degli scarti. Come ho scritto nell’Evangelii gaudium: non si tratta semplicemente del fenomeno conosciuto come azione di sfruttamento e oppressione, ma di un vero e proprio fenomeno nuovo. Con l’azione dell’esclusione colpiamo, nella sua stessa radice, i legami di appartenenza alla società a cui apparteniamo, dal momento che in essa non si viene semplicemente relegati negli scantinati dell’esistenza, nelle periferie, non veniamo privati di ogni potere, bensì siamo sbattuti fuori.
Chi viene escluso, non è sfruttato ma completamente rifiutato, cioè considerato spazzatura, avanzo, quindi spinto fuori dalla società.
Non possiamo ignorare che una economia così strutturata uccide perché mette al centro e obbedisce solo al denaro: quando la persona non è più al centro, quando fare soldi diventa l’obiettivo primario e unico siamo al di fuori dell’etica e si costruiscono strutture di povertà, schiavitù e di scarti.

– Tra gli “scartati” della Terra ci sono i migranti che si spostano da un continente all’altro in fuga dalle guerre o in cerca di condizioni per vivere o sopravvivere.
Lei, in un periodo storico che vede le frontiere (anche quelle commerciali) chiudersi e prevalere i nazionalismi in un’Europa stanca e divisa, non si sente un po’ come un Mosè contemporaneo che apre il passaggio, apre le porte per tutti i popoli e le persone, a cominciare dai più poveri?
C’è chi pensa che questa 
non sia comunque la missione di successore di Pietro. Perché, invece, ritiene che lo sia?
E di 
cosa ha bisogno questa Europa per ritrovare una rotta comune e insieme per rispondere alle paure dei suoi cittadini?

I migranti rappresentano oggi una grande sfida per tutti. I poveri che si muovono fanno paura specialmente ai popoli che vivono nel benessere. Eppure non esiste futuro pacifico per l’umanità se non nell’accoglienza della diversità, nella solidarietà, nel pensare all’umanità come una sola famiglia. È naturale per un cristiano riconoscere in ogni persona Gesù. 
Cristo stesso ci chiede di accogliere i nostri fratelli e sorelle migranti e rifugiati con le braccia ben aperte, magari aderendo all’iniziativa che ho lanciato nel settembre dell’anno scorso: Share the Journey – Condividi il viaggio.
Il viaggio, infatti, si fa in due: quelli che vengono nella nostra terra, e noi che andiamo verso il loro cuore per capirli, capire la loro cultura, la loro lingua, senza trascurare il contesto attuale. Questo sarebbe un segno chiaro di un mondo e di una Chiesa che cerca di essere aperta, inclusiva e accogliente,  una Chiesa madre che abbraccia tutti nella condivisione del viaggio comune.
Non dimentichiamo, come ho già detto precedentemente, che è la speranza la spinta nel cuore di chi parte lasciando la casa, la terra, a volte familiari e parenti, per cercare una vita migliore, più degna per sé e per i propri cari. Ed è anche la spinta nel cuore di chi accoglie: il desiderio di incontrarsi, di conoscersi, di dialogare… La speranza è la spinta per “condividere il viaggio” della vita, non abbiamo paura di condividere il viaggio! Non abbiamo paura di condividere la speranza.
La speranza non è virtù per gente con lo stomaco pieno e per questo i poveri sono i primi portatori della speranza e sono i protagonisti della storia.

– Ma come deve muoversi, in concreto, l’Europa?

L’Europa ha bisogno di speranza e di futuro. L’apertura, spinti dal vento della speranza, alle nuove sfide poste dalle migrazioni può aiutare alla costruzione di un mondo in cui non si parla solo di numeri o istituzioni ma di persone.
Tra i migranti, come dice lei, ci sono persone alla ricerca di “condizioni per vivere o sopravvivere”.
Per queste persone che fuggono dalla miseria e dalla fame, molti imprenditori e altrettante istituzioni europee a cui non mancano genialità e coraggio, potranno intraprendere percorsi di investimento, nei loro paesi, in formazione, dalla scuola allo sviluppo di veri e propri sistemi culturali e, soprattutto, in lavoro. Investimento in lavoro che significa accompagnare l’acquisizione di competenze e l’avvio di uno sviluppo che possa diventare bene per i Paesi ancora oggi poveri consegnando a quelle persone la dignità del lavoro e al loro Paese la capacità di tessere legami sociali positivi in grado di costruire società giuste e democratiche.

– In che modo si può realizzare un percorso di integrazione in grado di superare paure e inquietudini, che sono reali?

Non smettiamo di essere testimoni di speranza, allarghiamo i nostri orizzonti senza consumarci nella preoccupazione del presente. Così come è necessario che i migranti siano rispettosi della cultura e delle leggi del Paese che li accoglie per mettere così in campo congiuntamente un percorso di integrazione e per superare tutte le paure e le inquietudini. 
Affido queste responsabilità anche alla prudenza dei governi, affinché trovino modalità condivise per dare accoglienza dignitosa a tanti fratelli e sorelle che invocano aiuto. Si può ricevere un certo numero di persone, senza trascurare la possibilità di integrarle e sistemarle in modo dignitoso. È necessario avere attenzione per i traffici illeciti, consapevoli che l’accoglienza non è facile.
Ricordo qui quanto scrivevo quest’anno nel Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace: quattro pietre miliari per l’azione, che amo esprimere tramite i verbi «accogliere, proteggere, promuovere e integrare», e sottolineo che il 2018 condurrà alla definizione e all’approvazione da parte delle Nazioni Unite di due patti globali, uno per migrazioni sicure, ordinate e regolari, l’altro riguardo ai rifugiati.
Patti che rappresenteranno un quadro di riferimento per proposte politiche e misure pratiche.
Per questo è importante che i nostri progetti e proposte siano ispirati da compassione, lungimiranza e coraggio, in modo da cogliere ogni occasione per far avanzare la costruzione della pace: solo così il necessario realismo della politica internazionale non diventerà una resa al disinteresse e alla globalizzazione dell’indifferenza. •


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Attualità - Bisogna tener duro

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Tragedia di S. Lorenzo: la vera sfida 

di Eraldo Affinati

SanLorenzo1In una tragedia come quella di Desirée Mariottini, stuprata e uccisa da un gruppo di uomini simili a belve in uno stabile abbandonato di San Lorenzo, nella capitale italiana, sono almeno tre le sconfitte da registrare, ognuna delle quali apre una sanguinosa ferita sociale: la crisi familiare che sta all’origine dell’inquietudine di questa ragazza con un padre di cui non portava il cognome e una madre di soli quindici anni più grande di lei; il fallimento delle agenzie educative che avrebbero dovuto proteggere l’adolescente evitando che da Cisterna di Latina prendesse l’autobus e se ne andasse a Roma di sera a cercare la droga; la disgregazione del tessuto istituzionale del nostro Paese, incapace di governare certi spazi urbani lasciandoli al SanLorenzo2degrado e al disordine, ricettacolo di violenze, brutalità e malaffare.
Ma dietro queste cause immediate, legate a disfunzioni anche amministrative, ce n’è un’altra più profonda che chiama in causa noi stessi: la progressiva scomparsa di adulti credibili coi quali i ragazzi dovrebbero misurarsi; la mancanza di gerarchie di valori in grado di orientare il cammino dei più giovani; la deflagrazione deldesiderio che sembra non avere nessun ostacolo; una malintesa concezione della libertà quale superamento di ogni limite; l’idea errata che la conoscenza del mondo non debba passare attraverso l’elaborazione di un’esperienza autentica della realtà; la fungibilità delle relazioni sociali, troppo spesso legate a criteri di mera convenienza economica; la fine della vera sapienza e il trionfo della semplice (e spesso parziale) informazione; lo sfacelo del linguaggio politico che passa senza soluzione di continuità dalla bieca speculazione elettorale al vaniloquio, gergale privo di riscontri effettivi.
Via dei Lucani, nel palazzo risultato fatale a Desirée, è a pochi passi dall’istituto Pio X dove, durante la Prima guerra mondiale si trovava Ignazio Silone, rimasto orfano dopo il terribile terremoto del 1915.
A quel tempo il grande scrittore abruzzese aveva sedici anni, l’età della povera vittima. Durante l’ora di ricreazione scappò dal collegio religioso, nei cui pressi è adesso attivo un centro di spaccio a cielo aperto, vagando nelle strade attorno alla Stazione Termini senza sapere cosa fare. In quel momento Silone era soltanto un fanciullo abbandonato, senza arte né parte.
Dopo tre giorni venne ripreso dai carabinieri e trasferito in un altro collegio a Sanremo.
Durante il viaggio in treno verso la Liguria, come in seguito rievocò in uno dei brani narrativi più intensi di Uscita di sicurezza (1965), conobbe don Luigi Orione, che aveva visto fra le macerie del terremoto chiedere al Re una macchina per mettere al sicuro i bambini rimasti senza famiglia. Fu un incontro folgorante che gli cambiò la vita.
SanLorenzo3Già diverso tempo fa, perlustrando i luoghi di Ignazio Silone, restai colpito dalla simmetria fra la sua drammatica giovinezza e quella di tanti ragazzi che oggi, sotto gli occhi di tutti, comprano la loro dose di artificiale felicità chimica nei pressi dell’edificio da cui lui fuggì.
Sbaglieremmo se li considerassimo tarati e lontani da noi. Sarebbe un errore grave, simile a quello di chi volesse oscurare o alleggerire le colpe dei carnefici di Desirée, i quali andranno assicurati alla giustizia. Fra i giovani sbandati e i bravi ragazzi, così come fra i mostri e le persone ordinarie, qualrimasiasi sia il colore della loro pelle, la differenza è sempre piuttosto sottile: basterebbe un niente per passare da una schiera all’altra e sprofondare nell’abisso.
SanLorenzo4Anche coloro che sembrano stare al sicuro, con i genitori a posto e le frequentazioni giuste, rischiano tantissimo.
Non dobbiamo perdere la fiducia.
Per fortuna esistono ancora famiglie che tengono duro.
E anche i don Orione continuano a operare e spesso ottengono grandi vittorie senza titoli sui giornali.
Fare l’educatore oggi è più difficile che in passato. Ti sembra di essere da solo a remare controcorrente.
Ma è questa la ragione per cui non devi mollare. •

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