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Gocce di Spiritualità - L'autunno di Maria

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di don Marco Pozza

L’impotenza di Lucifero:  “Ancora rode!” 

È l’impotenza a renderlo cane-infettivo di rabbia: scatenando il pandemonio nell’Eden, Satana s’accorse – proprio nell’attimo in cui si pensava vincitore – d’essersi infilato in una strada a vicolo-chiuso: “Fregato!” Gli bastò una Donna per intuire che vincere contro Maria non sarebbe stato gioco da dilettanti come con Adamo ed Eva. Nacque da stirpe umana la Madonna: figlia di Gioacchino e Anna. A differenza mia, però, seppur figlia di carni-umane, non Le fu toccato in sorte la strana faccenda del peccato-originale, il fastidioso sospettare su Dio.
autunno1Immacolata: coperta-d’assicurazione dal Cielo. Fu certo privilegiata, nessuno s’imbarazza ad ammetterlo.
Un privilegio ad-personam in vista di ciò che - libera dal sentire Dio nemico della felicità, il che fu la genialata di Satana - accetterà d’essere: serva di Dio, madre di Gesù, Donna per tutti. Il Papa non inventò nulla che il Vangelo già non contenesse. A Gabriele, arcangelo dell’annuncio, il Cielo raccomandò che La salutasse come nessun’altra donna era mai stata salutata prima: «Piena di grazia» (Lc 1,28).
Nel 1854 Pio IX sigillò tutto col cemento del dogma: «L’immacolata concezione di Maria». La conferma giunse dall’Alto: il 25 marzo 1858, in una Lourdes ancor anonima, la Madonna apparve a Bernardette dicendo di sè: «Io sono l’Immacolata Concezione». L’illuminismo pubblicizzava l’immacolata concezione dell’uomo: l’uomo nasce buono, a rovinarlo sono le strutture sociali.
Per salvarlo, rivoluzione! Organizziamo un paradiso-sulla-terra.
La Chiesa, a scanso di equivoci, decretò Immacolata solo Maria: rivoluzione sarà rivoltare il cuore a Dio, dopo che Satana l’ha voltato verso di lui. Fu l’unica a non sospettare mai di Dio. Per questo Satana s’imbufalisce: non gli riesce più di abbindolare tutti con le sue dolcissime ninne-nanne. La Donna lo disturba.
Vincerà Maria, Lucifero lo sa. L’ha visto coi suoi occhi: la Donna non cede.

Di Giovedì. Invitata alla Prima-Comunione di quei dodici uomini-bambini 

autunno2Il trabattare rumoroso dei complotti Maria l’aveva avvertito come nessun’altra tra le pie donne che  seguivano il Maestro. Era sabato, il giorno prima della gran festa.
Ospite a casa di Simone il Lebbroso, Gesù anticipò una pagina di storia: «Essa ha fatto ciò ch’era in suo potere, ungendo in anticipo il mio corpo per la sepoltura» (Mc 14,6). Nella risposta del Figlio a quel gesto di femmina, Maria capì quello che ogni madre capisce pur senza essere stato detto: «Ci siamo. Fai un buon viaggio, Figlio. Mio. Ti seguirò ovunque tu andrai». Nessuna madre dorme quando vuol dormire: il suo sonno è legato al sonno del figlio. Neanche a Maria fu concessa deroga a questa legge. Sino all’ultimo dipese da Colui dal quale decise di dipendere: «Eccomi, sono la serva del Signore» (Lc 1,38).
La domenica il mondo le concesse una tregua, pur ridotta, alle angosce di madre. Da Betfage a Gerusalemme fu tutto un urrà: «Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore!» (Gv 12,13).
Palme agitate, rami d’ulivo alzati al vento, tuniche sotto gli zoccoli dell’umile cavalcatura. Anche la Madre vide la sagra del paese, o forse le sarà stato raccontato da amiche. Ciò che Maria capì fu che la città, come le persone, non è frequentabile nel momento del trionfo: la fortuna la rende volgare, la volgarità è anticipo di crudeltà.
Questo le fu chiaro al suo cuore di madre. Quando il Figlio, quella sera, rincasò a Betania – vi stette dalla sera della domenica al mercoledì – a Maria tornarono i conti: ciò che non poteva immaginare era quell’abisso di malvagità montante in città. Di un ultimo colloquio tra Madre e Figlio, il Vangelo sta muto.
Pare una verità-umana, a chi scrive, che il Figlio le abbia concesso un’ultima intimità: le chiese «permesso » per venire al mondo, le avrà chiesto un fiat per uscirsene dal mondo. Ciò che i Vangeli tacciono, senza riuscire a tacerlo, fu che il prezzo di quell’enormità lo pagarono in due: la Madre, il Figlio. Ancora una volta assieme, indivisibili.
Nel giovedì della cena nessuno annota traccia di Maria: tutti maschi, di sana e robusta costituzione, sdraiati sui divani a consumare il pasto.
Gli evangelisti, i maschi che hanno narrato gli eventi, scarabocchiano un particolare: «C’erano anche alcune donne, che stavano ad osservare da lontano. Lo seguivano e servivano quando era ancora in Galilea, e molte altre che erano salite con lui a Gerusalemme» (Mc 15,40-41). Se ci sono donne, pare cosa buffa non calcolare tra loro Maria. Il Beato Angelico, pittore a tinte forti, l’ha voluta presente: l’ha immortalata in ginocchio, alla tavola-imbandita della Prima Comunione di quegli uomini rozzi e divini che furono i primi dodici-amici del Figlio.
Pensarono bene, loro, d’invitarla alla festa della loro prima comunione. 

Di venerdì. Sul ghiacciaio di Gerusalemme. A scaldare il Figlio

autunno4Finita la Cena, rimasero undici cuori a Sua disposizione: Giuda, il suo cuore, l’aveva già affittato a Lucifero. Di trenta denari fu il bonifico versato. Rimasero in dodici, comunque: Maria supplì quel cuore mettendoci il suo. Fu per tutti l’invito del Cristo: «Alzatevi, andiamo via di qui» (Gv 14,31)

Anche per Maria: laddove gli evangelisti tacciono le orme di Maria – è discrezione, tema d’affetti e di cura – a sorreggerci è ciò che sappiamo delle madri nostre, abbinato a quella Madre di lassù. Le madri sono amore, attaccamento, dolcezza, premura, istinto, forza, fragilità, tempismo, sorriso. Lo fu anche Maria. Ecco che, a preludio di quel suo pellegrinaggio-inverticale nell’Orto degli Ulivi, uno sguardo a Lei non stona: «La mia unica consolazione, quando salivo a coricarmi, era che la mamma sarebbe venuta a darmi un bacio una volta che fossi a letto» (M. Proust).
Rispettiamo i Vangeli, anche Maria: se non ci stette col corpo, ci stette tramite lo Spirito.
In visione, una sorta di rivelazione in-presa-diretta. Presenza soffertissima. Lo seguiva nei racconti degli amici tornati da Lei dopo la vigliacca vergogna: l’arresto, il via-vai della Pecora-muta, la partita di ping-pong al suono di schiaffi, sputi, insulti. Anche l’anima di Maria, al pari di quella di Gesù, pare assai facile pensarla triste: «La mia anima è triste fino alla morte» (Mc 14,34).
Delusa da loro, mica da Lui: se una madre è delusa del figlio, non è sua madre. Sempre appresso Gli stette: non sarebbe stata Lei – non avrebbe avuto titoli di merito così alti – se non avesse patito in cuor suo tutti gli strazi del Figlio: compatire è stare-dentro, compiangere è farlo da fuori. A Nazareth lo tenne per mano: dalla Galilea in poi l’accompagnò col cuore. Fin sul ghiacciaio dove l’uomo ricambiò l’Amore con mille grida scomposte, unite: «Crocifiggilo, crocifiggilo!» (Lc 13,42). 
Maria, raccolta, raccolse la sfida.
S’incamminò in-verticale: fece anche lei la sua via-crucis. Contava le gocce di sangue, vedeva i soldati, fissava le lance, i ladri. Trovò Lui, quarta stazione: «Gesù incontra Maria, sua Madre». Le donne a bordo-strada inneggiano, piangono, intonano gemiti. Il Cristo non le scansa, rivolge loro cortesia al futuro: «Non piangete su di me (...) Verranno giorni nei quali si dirà: «Beate le sterili e i grembi che non hanno generato e le mammelle che non hanno allattato»» (Lc 23,26) Forse non capirono, Maria capì: pregò più per i carnefici che per la Vittima. Capì tutto, a fondo.
autunno3Capì anche che solo Lei, un giorno, avrebbe aiutato a tradurre quella strana faccenda della misericordia: “Papà, perdonali: mica sanno quello che ci stanno facendo”. L’altra faccenda, la sequela: «Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua » (Mt 16,24). La Madre non ha la croce sulle spalle: le spalle sono occupate a tenere in piedi la speranza.
L’unico spazio che ha libero è il cuore: la Croce la porta in cuoresuo.
È un palo che, trafiggendola, la sostiene: «Stabat Mater». Stabat (“Stava”): la Madre sotto, Lui sopra, inseparabili persino quassù.
Nel mezzo, tra loro, una corrente fortissima: «Gesù, vedendo la madre, disse: «Donna, ecco il tuo figlio» (Gv 19,26). Cristo sta redigendo il testamento, l’ultimo pensiero è per la Madre, gli amici: più nessuno lo potrà ritoccare. Erano circa le tre del pomeriggio: solo la Madre, pur trafitta, stette in piedi.
Solo Lucifero, farabutto, ancora non capì di aver sbagliato lavoro.

Di sabato. Tra lo stare e lo spiare s’annunciò Soccorritrice

autunno5Appeso, l’urgenza era di staccarlo: “Domattina è festa. Troppo schifo quei cadaveri” dissero i Giudei a Pilato. Trattarono Cristo con riguardo: siccome era morto, non gli spezzarono le gambe, gli squarciarono il costato. Fecero a pezzi Maria: l’insulto era portato al Figlio, il dolore fu della Madre. Prima della tomba, lo fecero tornare dov’era partito: lo rimisero in braccio a Lei, come a Betlemme. I Vangeli tacciono, l’ispirazione del Buonarrotti scolpì: «Le stava sulle ginocchia come una rosa rossa appassita» (F.Sheen). Con Lui in braccio, Le sembrò di rivedersi fanciulla alla fontana di Nazareth, gravida di stupore verso Ain-Karim, nella bottega di Giuseppe, mamma a Betlemme, destinataria dell’orrida profezia di Simeone. Vedova, poi anche discepola.
Ripensò a tutto col Figlio in braccio. “È la strada giusta: Gesù mi diceva che l’importante era rinascere di nuovo, Maria”. Glielo ricorda Nicodemo, il discepolo nottambulo che andò da suo Figlio per chiedergli quale strada prendere per non sbagliare più strada.
Sotto la Croce Maria mise in scena un corso di primo-soccorso per il Cristo-deposto. Soccorritrice è termine tecnico di emergenza, suo campo semantico è l’urgenza, segno-particolare l’immediatezza: tra l’esserci e il non-esserci c’è la differenza tra vita e morte.
Maria-soccorritrice: millenni dopo anche la teologia le tributerà l’onore d’averla riconosciuta madre proprio qui, esattamente come a Betlemme: «La maternità di Maria perdura senza soste dall’Annunciazione a sotto la croce. Per questo la beata Vergine è invocata con i titoli di avvocata, ausiliatrice, soccorritrice, Mediatrice» (Lumen gentium,62). Quando lasciò il Figlio tra le braccia dei due amici, Maria s’accorse d’aver perduto tutto: «Alcuni perdono la madre; altri un figlio; altri una sposa; Maria perdette tutto quanto nel perdere Dio» (F. Sheen). Nella perdita del Tutto, serbò l’unica cosa che il Figlio le impedì di smarrire: che il seme, per fruttare, deve marcire sotto-terra. Mica s’accorse, l’imbecille di Satana, che seppellendoLo sotto-terra stava mettendo in-scena la parabola dell’agricolo che il Figlio s’inventò per parlare del Regno di lassù a pescatori di quaggiù: «Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto» (Gv 12,24). Capirà pure lui.
Con Maria, sotto la Croce, sboccia un paese d’amicizie. Sono gentiluomini venuti a riscattare l’ignomia di altri-uomini: «Lo calò dalla croce, lo avvolse in un lenzuolo e lo depose in una tomba scavata nella roccia» (Lc 23,52). Un ultimo sguardo, forse. Di Maria: «Lasciate che me lo guardi l’ultima volta».
Conciato così, sarà l’ultima volta davvero: anche questo Maria crede. Ormai è notte: una pietra viene rotolata davanti alla tomba.
Lei esce dall’Orto: per vie deserte giunge ad una casa amica. Entrata, siede in ginocchio. Spia, dietro la tenda, il Figlio prigioniero di quell’orrida solitudine.
Ancora stabat, sveglia. 
Soccorritrice, ora pro nobis. •
 

Riflessione - La tenerezza non è “tenerume” ma virtù e ricerca esistenziale

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intervista di Benedetta Verrini a don Carlo Rocchetta

Tenerezza1La società di oggi si trova a un bivio.
O sceglie la strada del rispetto della persona o prevarrà una cultura di violenza e morte.
Della tenerezza, avverte don Carlo Rocchetta, teologo, fondatore della Casa della Tenerezza di Perugia, centro di spiritualità per la cura della famiglia (www.casadellatenerezza.it). Con decine di saggi e libri dedicati all’argomento (l’ultimo, ‘La virtù della tenerezza’, con contributi di diversi autori, è ora in uscita per Portiuncola), Rocchetta ha esplorato le radici e la forza di questa dimensione umana, che Papa Francesco definisce vera e propria ‘virtù’.

Cos’è la tenerezza e come la troviamo dentro di noi?

Tenerezza2Prima di tutto, chiariamo che non stiamo parlando, come si potrebbe pensare, di tenerezza come sdolcinato sentimentalismo, io lo chiamo ‘tenerume’.
No, niente di tutto questo: la tenerezza è fortezza dell’animo, uno sguardo e un comportamento di chi è affettivamente maturo e sceglie di essere così. Papa Francesco fa l’esempio di San Giuseppe: chi, più di lui, ha saputo esprimere tenerezza sponsale, tenerezza paterna, e nello stesso tempo incrollabile forza? La tenerezza è già dentro di noi, che siamo creature fatte a immagine di Dio, sorgente inesauribile di tenerezza. 
Papa Francesco è ritornato più volte, nel suo pontificato, sulla ‘rivoluzione della tenerezza’.
Il Santo Padre ci ricorda che la tenerezza è una ricerca esistenziale ed è incarnata nella vita, ci interpella e ci porta a comprendere la bellezza di sentirsi amati da Dio e di sentirci amare. Definendo la tenerezza una ‘virtù’ e non un semplice sentimento, ci invita a cercarla, a conquistarla nella nostra vita. Rileggiamo l’Esortazione apostolica Evangelii Gaudium, in particolare ai numeri 88 e 288, in cui la forza della tenerezza viene espressa come modo di essere e di amare. Rileggiamo Amoris Laetitia, al numero 28, paragrafo paradigmatico che riconduce, in tempi ‘di relazioni frenetiche e superficiali’, l’amore coniugale alla virtù della tenerezza.

Come si esprime, nel quotidiano di una famiglia?

Tenerezza3La tenerezza nasce dal cuore, passa sul volto, arriva fino alle mani: è pensiero, sguardo, gesto. È un sentire affettivo, un’attenzione alla persona, una carezza, un elogio, un ‘come stai’? Senza tutto questo, siamo dentro un deserto sterile.
Quante mogli soffrono di sentirsi invisibili! Quanti bambini hanno la sensazione di sentirsi domandare dai genitori soltanto ‘che voto hai preso’?

Quindici anni fa ha fondato la Casa della Tenerezza di Perugia, come proposta di vita per le famiglie e come punto di riferimento per le coppie in difficoltà. Ci racconta qualcosa di questa esperienza?

Tenerezza4È un cammino bellissimo, oggi esteso in molte altre regioni, dalla Sicilia alle Marche. Incontriamo più di 600 coppie ogni anno e accogliamo coniugi in difficoltà, fidanzati, single. 
Posso dire che più della metà delle coppie che viene a chiedere aiuto e che poi si predispone all’ascolto e a ri-innamorarsi, supera la crisi. Ricordo con gioia una coppia che veniva da lontano, e che dopo un anno è stata pronta a celebrare il rinnovo della promessa di matrimonio: si sono presentati all’altare vestiti di nuovo da sposi, e vederli così è stata una cosa molto commovente.

Qual è il simbolo della tenerezza, secondo lei?

Dostoevskij scriveva ‘la bellezza salverà il mondo’, per me è la tenerezza che salverà il mondo, e l’immagine incarnata della tenerezza è Gesù sulla croce, Gesù con quelle braccia aperte che abbraccia, che dona se stesso guardando il Padre, e perdonando l’umanità. L’abbraccio è il simbolo della tenerezza, è un gesto umano meraviglioso e in riferimento a Dio, in ebraico ritorna con la parola rachamim, il grembo materno che ci culla, nella pienezza del Suo amore. •

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Nello Spirito di Don Orione - La carità è come il fiume montano, ha la sorgente in alto

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Andiamo alla sorgente, alla sorgente pura e viva. Amiamo gli uomini in Dio: la vera e sola carità, che è il carisma più perfetto perché è l’unico precetto, poiché tutto s’incerta e sintetizza qui. Onde chi ama il prossimo non solo ha adempito la legge, ma la carità esaurisce la legge con una pienezza, con una perfezione che la vince e la supera: plenitudo legis dilectio.
sanpaLa carità, non dimentichiamolo, è una delle virtù teologali, di quelle virtù cioè che hanno per oggetto Dio. Come, dunque, il Signore ci comanda di estenderla agli uomini, cioè al prossimo? Perché in essi noi riconosciamo supernaturalmente i figli di Dio, ond’è che si potrebbe ben dire trattarsi di un solo comandamento. Amerai il Signore Iddio e il secondo è simile al primo: sono due aspetti di un solo comandamento. Ecco la sapienza della formula in uso nel linguaggio cristiano: amare il prossimo per l’amore di Dio.
Dio si è reso sensibile in mezzo a noi nella divina persona di Gesù Cristo. Egli ha raccolto intorno a Sé, come primogenito e capo, gli uomini tutti. Noi riguardiamo gli uomini come figli di Dio, come fratelli di Cristo, e quindi li amiamo con lo stesso amore che nutriamo per Lui, e nella carità dobbiamo formare con Cristo un corpo solo.
La carità cristiana, amore di Cristo, allargandosi ad abbracciare i prossimi, solleva e trasfonde in Dio pensieri, affetti, opere tramutando ogni nostra attività terrena in un inno di divino amore. Allora la carità diventa vincolo di perfezione tra Dio e l’uomo e tra gli uomini fratelli, quando dentro e fuori siamo rivestiti e ardenti di divino; amore. E la pace di Cristo, che supera ogni senso, viene a risiedere nei nostri cuori.
Questo santo amore che prende nome di carità è il risultato della comunione con Gesù Cristo. È il fervore della grazia onde non può stare e ha bisogno di espandersi: charitas natura diffusiva est. La carità è diffusiva, si fa tutta a tutti, non vede barriere. 
Amiamo Dio e il prossimo in Dio. La carità è la madre di tutte le virtù, anzi è l’esercizio di tutte le virtù. Tutte le virtù finiscono: cesserà la fede, cesserà la speranza, la carità no, la carità dura sempre. È il dolce e prezioso vincolo che unisce il tempo all’eternità; è la perfezione della beatitudine nell’amore che rapisce in Dio.
Oh, quanto è bella e sovrumana la carità, se essa è Dio: Deus charitas est. Dio è carità che sopra gli altri come aquila vola. Siamo amanti dei fratelli, misericordiosi, non rendiamo male per male, ma bene per male e benedizione – qui seminat de benedictione – per male. Di quello che uno avrà seminato, quello mieterà. Non stanchiamoci di fare il bene; facciamo del bene a tutti, massime ai compagni di fede.
Il bene dobbiamo farlo bene, rinnoviamoci nella carità.
Non sono i miracoli che ci rendono cari a Dio, bensì la grazia, la virtù, la carità. La carità comanda di non appartarci in una comoda bastevolezza, ma di sentire e avere compassione fattiva per i dolori e i bisogni degli altri, dai quali non dobbiamo riguardarci separati, mentre sono una sola cosa con noi in Cristo. Mihi vivere Christus est.

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Attualità - VITA L'Umana Meraviglia

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"Ogni nascita riempie di stupore perché
è filosoficamente apertura al possibile"

di Elio Franzini
ordinario di EStetica e retture dell'Università Statale di Milano


vita3_1Di fronte alla nascita ci si pone in atteggiamento di gioia. Un medico, un neurologo, uno scienziato senza dubbio ci direbbero che, quando si incontra un bimbo, nelle persone si scatena una reazione fisiologica “positiva”, che induce alla “cura”.
Vi è infatti qualcosa di istintuale nel contemplare lo schiudersi di una nuova vita e, nel guardare un bambino, ogni bambino, sorge il desiderio di assisterlo, curarlo, proteggerlo. E certamente qualcosa di insito nella nostra struttura genetica oltre che nella psiche: ma, al di là di ciò, non si può non osservare che tali reazioni sono come potenziate nell’atteggiamento di attesa insito nella nascita.
L’aspettativa è sempre connessa a un sentimento forte e radicato, generalmente associato a una sensazione di piacere, la cui fonte è la novità, un “novum” che si apre di fronte a noi, il senso di uno sviluppo che spezza la staticità che nel quotidiano sembra a volte attanagliare le nostre vite. Il bambino induce un senso di sviluppo: un essere che prima non c’era, subito si forma, cresce, diviene. Una realtà nuova che è “figlio”, sempre legato a un atto di amore, partecipazione, condivisione.
vita3_2Anche al di là del fatto, la presenza di un bimbo rimanda alla positività dell’unione tra due persone. E l’amore - lo si vede sempre nella storia e ovunque nel mondo - è connesso alla sensazione di piacere: quel piacere che deriva dalla ricerca di una completezza da cui ci sentiamo così spesso lontani. In questo motivo, tra gli altri, si pone la rilevanza estetica della nascita, che sempre tocca e cambia le nostre vite. Il lato estetico peral-tro è anche legato alle fattezze dei neonati. Senza richiamare il filosofo Burke, che nel Settecento associava la bellezza alla piccolezza, il piccolo appare bello anche perché i suoi caratteri fisici hanno una particolare indeterminatezza: l’assenza di una forma compiuta non è vissuta infatti come incompletezza, bensì come archetipo del possibile, immagine in divenire di una tenerezza nuova - quella stessa che nell’arte appare sempre nelle Maternità - che genera quell’insieme di sentimenti che parlano di bellezza, di pace, di calma, di gratitudine, di speranza.
In questo senso la nascita è un’opera d’arte, quasi in senso aristotelico: quel che reca in sé un senso di potenzialità, cioè di possibilità di divenire, è più ricco di bellezza rispetto a ciò che è già definito, a un fatto chiuso e determinato. La necessità della vita apre qui un indefinito che è senso del possibile, un senso che si apre al mondo, che si schiude verso l’altro. La natività è forse la più filosofica delle categorie, perché non ci pone innanzi a un dato immutabile, ma di fronte a una realtà indubitabile e carnale, che è però al tempo stesso un’apertura.
È il mistero della vita. È la realtà nuova: non qualcosa di chiuso, definito e pertanto accantonabile, bensì, come la poesia - ed è il tema fondamentale - un’apertura al possibile. E, così come la poesia è espressione del “poiein”, del “fare”, allo stesso modo il bambino costituisce una possibilità che si apre, una continua scoperta.
E, attraverso un bimbo, ciascuno di noi ha la possibilità di riscoprire il mondo.
vita3_3E se la nascita di una nuova vita è novità, la novità provoca stupore, e lo stupore è il momento germinale della civiltà ma anche della filosofia. Lo sostiene Aristotele: il filosofare nasce dallo stupore, dal senso di meraviglia che si prova di fronte al mondo, perché deriva dal desiderio di dare una veste razionale all’emozione. Così comincia il pensiero: nasce dalla meraviglia.
Se non ci si meravigliasse più non vi sarebbe più la dimensione di carattere filosofico, né teorico. Ecco dunque che ogni nuova nascita, dal punto di vista laico, si presenta come una sorta di miracolo.
E questo è il miracolo: che una creatura intelligente possa in così breve lasso di tempo crescere, svilupparsi, acquisire conoscenze. Ci si stupisce sempre, di fronte a ogni bimbo. È un miracolo sempre nuovo: qualcosa che prima non c’era, e poi c’è. La scienza ha già spiegato tanti misteri associati al sorgere della vita e al suo sviluppo. Ma per quanto possa addentrarsi in queste spiegazioni, non toglierà mai lo stupore. Perché il nostro rapporto con l’universo del vivente precede l’universo delle spiegazioni. E questa precedenza deve rimanere sempre viva. La ragione può essere forte se, e solo se, non elimina i nostri sentimenti, il nostro sentire.
Non può mai cancellare la capacità di vivere la meraviglia che il mondo genera. •


 
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