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di don Marco Pozza

L’impotenza di Lucifero:  “Ancora rode!” 

È l’impotenza a renderlo cane-infettivo di rabbia: scatenando il pandemonio nell’Eden, Satana s’accorse – proprio nell’attimo in cui si pensava vincitore – d’essersi infilato in una strada a vicolo-chiuso: “Fregato!” Gli bastò una Donna per intuire che vincere contro Maria non sarebbe stato gioco da dilettanti come con Adamo ed Eva. Nacque da stirpe umana la Madonna: figlia di Gioacchino e Anna. A differenza mia, però, seppur figlia di carni-umane, non Le fu toccato in sorte la strana faccenda del peccato-originale, il fastidioso sospettare su Dio.
autunno1Immacolata: coperta-d’assicurazione dal Cielo. Fu certo privilegiata, nessuno s’imbarazza ad ammetterlo.
Un privilegio ad-personam in vista di ciò che - libera dal sentire Dio nemico della felicità, il che fu la genialata di Satana - accetterà d’essere: serva di Dio, madre di Gesù, Donna per tutti. Il Papa non inventò nulla che il Vangelo già non contenesse. A Gabriele, arcangelo dell’annuncio, il Cielo raccomandò che La salutasse come nessun’altra donna era mai stata salutata prima: «Piena di grazia» (Lc 1,28).
Nel 1854 Pio IX sigillò tutto col cemento del dogma: «L’immacolata concezione di Maria». La conferma giunse dall’Alto: il 25 marzo 1858, in una Lourdes ancor anonima, la Madonna apparve a Bernardette dicendo di sè: «Io sono l’Immacolata Concezione». L’illuminismo pubblicizzava l’immacolata concezione dell’uomo: l’uomo nasce buono, a rovinarlo sono le strutture sociali.
Per salvarlo, rivoluzione! Organizziamo un paradiso-sulla-terra.
La Chiesa, a scanso di equivoci, decretò Immacolata solo Maria: rivoluzione sarà rivoltare il cuore a Dio, dopo che Satana l’ha voltato verso di lui. Fu l’unica a non sospettare mai di Dio. Per questo Satana s’imbufalisce: non gli riesce più di abbindolare tutti con le sue dolcissime ninne-nanne. La Donna lo disturba.
Vincerà Maria, Lucifero lo sa. L’ha visto coi suoi occhi: la Donna non cede.

Di Giovedì. Invitata alla Prima-Comunione di quei dodici uomini-bambini 

autunno2Il trabattare rumoroso dei complotti Maria l’aveva avvertito come nessun’altra tra le pie donne che  seguivano il Maestro. Era sabato, il giorno prima della gran festa.
Ospite a casa di Simone il Lebbroso, Gesù anticipò una pagina di storia: «Essa ha fatto ciò ch’era in suo potere, ungendo in anticipo il mio corpo per la sepoltura» (Mc 14,6). Nella risposta del Figlio a quel gesto di femmina, Maria capì quello che ogni madre capisce pur senza essere stato detto: «Ci siamo. Fai un buon viaggio, Figlio. Mio. Ti seguirò ovunque tu andrai». Nessuna madre dorme quando vuol dormire: il suo sonno è legato al sonno del figlio. Neanche a Maria fu concessa deroga a questa legge. Sino all’ultimo dipese da Colui dal quale decise di dipendere: «Eccomi, sono la serva del Signore» (Lc 1,38).
La domenica il mondo le concesse una tregua, pur ridotta, alle angosce di madre. Da Betfage a Gerusalemme fu tutto un urrà: «Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore!» (Gv 12,13).
Palme agitate, rami d’ulivo alzati al vento, tuniche sotto gli zoccoli dell’umile cavalcatura. Anche la Madre vide la sagra del paese, o forse le sarà stato raccontato da amiche. Ciò che Maria capì fu che la città, come le persone, non è frequentabile nel momento del trionfo: la fortuna la rende volgare, la volgarità è anticipo di crudeltà.
Questo le fu chiaro al suo cuore di madre. Quando il Figlio, quella sera, rincasò a Betania – vi stette dalla sera della domenica al mercoledì – a Maria tornarono i conti: ciò che non poteva immaginare era quell’abisso di malvagità montante in città. Di un ultimo colloquio tra Madre e Figlio, il Vangelo sta muto.
Pare una verità-umana, a chi scrive, che il Figlio le abbia concesso un’ultima intimità: le chiese «permesso » per venire al mondo, le avrà chiesto un fiat per uscirsene dal mondo. Ciò che i Vangeli tacciono, senza riuscire a tacerlo, fu che il prezzo di quell’enormità lo pagarono in due: la Madre, il Figlio. Ancora una volta assieme, indivisibili.
Nel giovedì della cena nessuno annota traccia di Maria: tutti maschi, di sana e robusta costituzione, sdraiati sui divani a consumare il pasto.
Gli evangelisti, i maschi che hanno narrato gli eventi, scarabocchiano un particolare: «C’erano anche alcune donne, che stavano ad osservare da lontano. Lo seguivano e servivano quando era ancora in Galilea, e molte altre che erano salite con lui a Gerusalemme» (Mc 15,40-41). Se ci sono donne, pare cosa buffa non calcolare tra loro Maria. Il Beato Angelico, pittore a tinte forti, l’ha voluta presente: l’ha immortalata in ginocchio, alla tavola-imbandita della Prima Comunione di quegli uomini rozzi e divini che furono i primi dodici-amici del Figlio.
Pensarono bene, loro, d’invitarla alla festa della loro prima comunione. 

Di venerdì. Sul ghiacciaio di Gerusalemme. A scaldare il Figlio

autunno4Finita la Cena, rimasero undici cuori a Sua disposizione: Giuda, il suo cuore, l’aveva già affittato a Lucifero. Di trenta denari fu il bonifico versato. Rimasero in dodici, comunque: Maria supplì quel cuore mettendoci il suo. Fu per tutti l’invito del Cristo: «Alzatevi, andiamo via di qui» (Gv 14,31)

Anche per Maria: laddove gli evangelisti tacciono le orme di Maria – è discrezione, tema d’affetti e di cura – a sorreggerci è ciò che sappiamo delle madri nostre, abbinato a quella Madre di lassù. Le madri sono amore, attaccamento, dolcezza, premura, istinto, forza, fragilità, tempismo, sorriso. Lo fu anche Maria. Ecco che, a preludio di quel suo pellegrinaggio-inverticale nell’Orto degli Ulivi, uno sguardo a Lei non stona: «La mia unica consolazione, quando salivo a coricarmi, era che la mamma sarebbe venuta a darmi un bacio una volta che fossi a letto» (M. Proust).
Rispettiamo i Vangeli, anche Maria: se non ci stette col corpo, ci stette tramite lo Spirito.
In visione, una sorta di rivelazione in-presa-diretta. Presenza soffertissima. Lo seguiva nei racconti degli amici tornati da Lei dopo la vigliacca vergogna: l’arresto, il via-vai della Pecora-muta, la partita di ping-pong al suono di schiaffi, sputi, insulti. Anche l’anima di Maria, al pari di quella di Gesù, pare assai facile pensarla triste: «La mia anima è triste fino alla morte» (Mc 14,34).
Delusa da loro, mica da Lui: se una madre è delusa del figlio, non è sua madre. Sempre appresso Gli stette: non sarebbe stata Lei – non avrebbe avuto titoli di merito così alti – se non avesse patito in cuor suo tutti gli strazi del Figlio: compatire è stare-dentro, compiangere è farlo da fuori. A Nazareth lo tenne per mano: dalla Galilea in poi l’accompagnò col cuore. Fin sul ghiacciaio dove l’uomo ricambiò l’Amore con mille grida scomposte, unite: «Crocifiggilo, crocifiggilo!» (Lc 13,42). 
Maria, raccolta, raccolse la sfida.
S’incamminò in-verticale: fece anche lei la sua via-crucis. Contava le gocce di sangue, vedeva i soldati, fissava le lance, i ladri. Trovò Lui, quarta stazione: «Gesù incontra Maria, sua Madre». Le donne a bordo-strada inneggiano, piangono, intonano gemiti. Il Cristo non le scansa, rivolge loro cortesia al futuro: «Non piangete su di me (...) Verranno giorni nei quali si dirà: «Beate le sterili e i grembi che non hanno generato e le mammelle che non hanno allattato»» (Lc 23,26) Forse non capirono, Maria capì: pregò più per i carnefici che per la Vittima. Capì tutto, a fondo.
autunno3Capì anche che solo Lei, un giorno, avrebbe aiutato a tradurre quella strana faccenda della misericordia: “Papà, perdonali: mica sanno quello che ci stanno facendo”. L’altra faccenda, la sequela: «Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua » (Mt 16,24). La Madre non ha la croce sulle spalle: le spalle sono occupate a tenere in piedi la speranza.
L’unico spazio che ha libero è il cuore: la Croce la porta in cuoresuo.
È un palo che, trafiggendola, la sostiene: «Stabat Mater». Stabat (“Stava”): la Madre sotto, Lui sopra, inseparabili persino quassù.
Nel mezzo, tra loro, una corrente fortissima: «Gesù, vedendo la madre, disse: «Donna, ecco il tuo figlio» (Gv 19,26). Cristo sta redigendo il testamento, l’ultimo pensiero è per la Madre, gli amici: più nessuno lo potrà ritoccare. Erano circa le tre del pomeriggio: solo la Madre, pur trafitta, stette in piedi.
Solo Lucifero, farabutto, ancora non capì di aver sbagliato lavoro.

Di sabato. Tra lo stare e lo spiare s’annunciò Soccorritrice

autunno5Appeso, l’urgenza era di staccarlo: “Domattina è festa. Troppo schifo quei cadaveri” dissero i Giudei a Pilato. Trattarono Cristo con riguardo: siccome era morto, non gli spezzarono le gambe, gli squarciarono il costato. Fecero a pezzi Maria: l’insulto era portato al Figlio, il dolore fu della Madre. Prima della tomba, lo fecero tornare dov’era partito: lo rimisero in braccio a Lei, come a Betlemme. I Vangeli tacciono, l’ispirazione del Buonarrotti scolpì: «Le stava sulle ginocchia come una rosa rossa appassita» (F.Sheen). Con Lui in braccio, Le sembrò di rivedersi fanciulla alla fontana di Nazareth, gravida di stupore verso Ain-Karim, nella bottega di Giuseppe, mamma a Betlemme, destinataria dell’orrida profezia di Simeone. Vedova, poi anche discepola.
Ripensò a tutto col Figlio in braccio. “È la strada giusta: Gesù mi diceva che l’importante era rinascere di nuovo, Maria”. Glielo ricorda Nicodemo, il discepolo nottambulo che andò da suo Figlio per chiedergli quale strada prendere per non sbagliare più strada.
Sotto la Croce Maria mise in scena un corso di primo-soccorso per il Cristo-deposto. Soccorritrice è termine tecnico di emergenza, suo campo semantico è l’urgenza, segno-particolare l’immediatezza: tra l’esserci e il non-esserci c’è la differenza tra vita e morte.
Maria-soccorritrice: millenni dopo anche la teologia le tributerà l’onore d’averla riconosciuta madre proprio qui, esattamente come a Betlemme: «La maternità di Maria perdura senza soste dall’Annunciazione a sotto la croce. Per questo la beata Vergine è invocata con i titoli di avvocata, ausiliatrice, soccorritrice, Mediatrice» (Lumen gentium,62). Quando lasciò il Figlio tra le braccia dei due amici, Maria s’accorse d’aver perduto tutto: «Alcuni perdono la madre; altri un figlio; altri una sposa; Maria perdette tutto quanto nel perdere Dio» (F. Sheen). Nella perdita del Tutto, serbò l’unica cosa che il Figlio le impedì di smarrire: che il seme, per fruttare, deve marcire sotto-terra. Mica s’accorse, l’imbecille di Satana, che seppellendoLo sotto-terra stava mettendo in-scena la parabola dell’agricolo che il Figlio s’inventò per parlare del Regno di lassù a pescatori di quaggiù: «Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto» (Gv 12,24). Capirà pure lui.
Con Maria, sotto la Croce, sboccia un paese d’amicizie. Sono gentiluomini venuti a riscattare l’ignomia di altri-uomini: «Lo calò dalla croce, lo avvolse in un lenzuolo e lo depose in una tomba scavata nella roccia» (Lc 23,52). Un ultimo sguardo, forse. Di Maria: «Lasciate che me lo guardi l’ultima volta».
Conciato così, sarà l’ultima volta davvero: anche questo Maria crede. Ormai è notte: una pietra viene rotolata davanti alla tomba.
Lei esce dall’Orto: per vie deserte giunge ad una casa amica. Entrata, siede in ginocchio. Spia, dietro la tenda, il Figlio prigioniero di quell’orrida solitudine.
Ancora stabat, sveglia. 
Soccorritrice, ora pro nobis. •
 
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