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Ultime notizie
di don Marco Pozza

Volta_Div_ProvvNon tira le orecchie al Padre nostro, Papa Francesco.
Neanche a Gesù che l’ha scritto. Rimprovera la traduzione: «non è buona» dice.
Il verbo “indurre a” è da procedura penale: più che alla premura di un padre, addita all’istigazione di un avversario. È in gioco, dunque, l’immagine stessa di Dio: un Dio felice per la nostra gioia o un Dio geloso della nostra gioia e, dunque, istigatore?
Francesco non dubita: istigare è la specialità di Satana. È meglio: “Non abbandonarci alla tentazione».
È già scritto nell’ultima versione scelta dalla CEI: non è Francesco a cambiare, dunque. È Satana che, farabutto, si diverte a partorire confusione! “Tentare” è un verbo che richiama il tatto: si esplora anche con le mani.
A Dio chiediamo di non sbagliare strada, di non sbagliare Padre, in questo viaggio di scoperta. «Non abbandonarci» è richiesta di aiuto, non indurci è ammissione di paura.
A governare con la paura sono capaci tutti: l’allegrezza di Cristo è d’insegnare a governare con la libertà, condizione-prima della gioia. È di questo che parla il Papa.
Da qualche giorno in Francia si prega ufficialmente così: «E non lasciarci entrare in tentazione». Francesco, dunque, ha bucato lo schermo senza dire nulla di nuovo: è che certi giorni – come scriveva Léon Bloy - l’uomo è così stanco di sentir parlare gli uomini, che basta parlargli di Dio per vederlo piangere.
O, tutt’al più, interrogarsi sul suo vero volto di Padre. Che mai tenta.

“A casa di mio padre non si respira più”
Dopo il saluto beneaugurante dell’Arcangelo a Maria - «Concepirai un figlio, lo darai alla luce, lo chiamerai Gesù»(Lc 1,31) - Satana perdette la testa. Gli scoppiò addosso il complesso dell’annuncio: prese di mira l’uomo e lo fece il destinatario di false annunciazioni.
La dichiarazione di falso è sua professione. Due su tutte: «Dio sa che quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio» (Gen 3,5).
Sparigliò le carte, diffondendo materia che più falsa non ce n’era: nessuna differenza tra Creatore e creatura, tutti uguali. Così Dio divenne il primo rivale dell’uomo nella rincorsa alla felicità.
Accerchiato il Padre, l’annuncio secondo: «Caino alzò la mano contro il fratello Abele e lo uccise» (4,8). Lucifero è un bandito che annuncia morti necessarie: “Il Padre è ingombrante: via! Il fratello è immagine seconda del padre: via!
Figli unici, pure orfani, magari di padri vedovi: Satana è lurido. Furono, rimarranno, annunciazioni di abbandoni. Di porte sbattute nel pieno dell’esistenza. Padre-padrone: “A casa di mio padre non si respira! Ci vediamo a Natale, Pasqua, i morti. Non m’importa nemmeno sapere se è ancora vivo”.
Il peggiore: “Mio padre mi ha abbandonato: ero bambino”. In materia d’orfanezza, Satana ha un’iradiddìo di giustificazioni: perfetto rubacuori, il suo ultimo cruccio è d’intaccare maternità e paternità. La destinazione delle sue annunciazioni è di materia così bassa d’apparire quasi impercettibile: “Sei figlio di N.N.”. È formula di solitudine pazza: “Nomen nescio” (non conosco il nome).
Dove nome è punto di partenza e porto d’attracco: senza-nome è carta d’imbarco degli abbandonati.Prima di Cristo, arrivò Omero: Satana mica s’accorse. Prima di Betlemme, ci sta l’isola di Itaca.
Telemaco – se Lucifero non s’accorse non importa, pare più ironica la fantasia divina - iniziò a tracciare il viaggio di ritorno al padre: «Se gli uomini potessero scegliere ogni cosa da soli, per prima cosa vorrei il ritorno del padre». Una dichiarazione di mancanza che spalanca scorci su una presenza desiderata. Partito da Itaca, per sé scelse il rischio della ricerca alla sicurezza della compassione. Per questo pregò Nestore: "Non dirmi parole per rispetto o per pietà, ma raccontami bene quanto ti capitò di vedere".
Per vent’anni - il tempo che Ulisse impiegò per rincasare vincitore - nell’isola di Itaca Telemaco visse nel nome del padre: nell’attesa del suo ritorno, fu il figlio a tenere accesa la dignità paterna. Fu l’annunciazione della letteratura a Satana: “Ritornerà la nostalgia del padre, quello che tu hai osato infangare”.
Ad Itaca, isola di partenza di tutte le storie a venire, guardando il mare fiorì la nostalgia del padre. In terra galilea, approdo/appoggio della Storia, guardando il loro Maestro pregare, i Dodici trassero indizi di suo Padre: era il Padre anche di tutti quelli che erano a venire.
Era un nome collettivo: “Padre nostro”. Nome largo.

Il sogno d’essere figli unici
Si ritirò per concentrarsi, si ritrasse per esserci: si appartò per stare al centro.
Come chi, per fare un salto, prende la rincorsa. Quand’era immerso nel silenzio, caricava la molla per tentare di alzarsi: «Gesù si trovava in un luogo a pregare». Lo intravidero: non osarono disturbarlo. Dopo «quando ebbe finito» di pregare, saltarono appresso a quel cuore orante: «Insegnaci a pregare» (Lc 1,11).
Possiamo solo tentare d’immaginare di quale portata fosse lo spettacolo che i discepoli godettero in diretta: l’Ecce homo in ginocchio, la posizione perfetta per chi ama stare con la schiena dritta, in piedi.
Fu una goduria di massima potenza se la loro ambizione fu quella di imitarlo: “Dicci come si fa!” Forse era proprio questo il motivo per il quale pregava: che gli chiedessero d’insegnarglielo. Lo insegna, dunque, dopo averne fatto divampare il desiderio: la terra è pronta, il cuore è eccitato, i sensi sono all’erta. Sono in stato d’assedio: pronti a maturare.
Nasce il Pater: rinasce il gusto del padre.
Mica lo impose: la sua risposta – che fu la preghiera - fu la conseguenza di una domanda umana, sbocciata dopo aver visto che faccia aveva il pudore, l’intimità, la discrezione di quell’Uomo che stava in ginocchio, in disparte.
Lo chiedettero loro, ma rispose Lui. La differenza la fece la risposta: disse «Padre» e vi aggiunse «nostro».
Dire padre è firmare il più bel complimento di moto-da-luogo: prima che io fossi, già ero nel pensiero di qualcuno. Si arriva dal proprio padre-madre come si arriva da un paese: sono di mio padre come sono di casa mia.
E per evitare che nessuno fosse ingordo, vi aggiunse l’aggettivo più largo della grammatica: nostro. Fu materiale di casa: il padre e la proprietà, «una preghiera senza letteratura, senza teologia, senza la baldanza e senza servilità. La più bella di tutte» (G. Papini). Portò Dio così vicino – il padre è il mio prossimo più prossimo – d’apparire quasi irriverente: diede del tu all’uomo più inavvicinabile che esistesse. Il suo fu uno spionaggio in piena regola: osò aprire le porte di casa per permettere, a chi lo voleva, di buttar l’occhio nella bottega del desiderio.
Quello che Lucifero fiutò fu che quella preghiera era roba seria, perchè il padre è l’esatto contrario della solitudine, che è il suo segreto di vittoria: isolare per poi annientare. Fu ulteriore dichiarazione di guerra: nel Pater Dio si offre ancor più all’uomo per insegnargli la grammatica del desiderio. Gesù, pregando, appende sul suo cuore il cartello “Affittasi”: quel cuore in preghiera è casa-inaffitto per chi vuol vedere il volto del Dio suo. Unica condizione è l’affitto condiviso: nulla è più bello per un padre del vedere i figli guardarlo tutti insieme.
Assieme è preposizione di compagnia, anche condizione di visibilità.

«Che stai». L’annunciazione tipica degli amanti: Dio ci sta
Stare” è un verbo di posizione: stare al proprio posto è posizione di rispetto e auspicio. È confidenza di comodità: “Sto da Dio. Questo vestito ti sta da Dio”.
Posizione e comodità, anche supposizione di fedeltà: “stare” è, prima di tutto, il verbo della fedeltà. Dichiara somiglianza all’amore. “Dio ci sta”, nel senso più amoroso del termine: “Ci ho provato con Lui: ci sta”. Israele è evidenza prima di un Dio che ci sta: «Ho udito il suo grido a causa dei suoi sorveglianti (...) Sono sceso per liberarlo» (Es 3,7-8).
Israele Gli ha fatto la sua proposta, a modo suo, e Dio ha risposto: a modo suo. “Ci sono” è il suo nome. Pare quasi assurdo che il Dio inavvicinabile, quell’inarrivabile misterioso, la lontananza più curiosa della storia, sia lusingata dall’invito: eppur si muove.
A Betlemme mostrò di starci. E “starci” è verbo di pazienza, di filatura, rammendo: «Molte volte gli uomini hanno infranto la tua alleanza. E tu, invece di abbandonarli, hai stretto con loro un vincolo così saldo che nulla potrà mai strappare».
È certezza della liturgia. Il Padre ritesse la tela: Israele è un figlio che disonora, sperpera l’eredità, scorda il padre. Dio che fa? Continua a starci.
Si sporge fin sull’impossibile, fino quasi a lasciare che altri dicano: non è Dio. Il salmista sfiora la bestemmia: «Se dovessi camminare in una valle oscura, non temerei alcun male, perchè tu sei con me» (Sal 23,4).
Dio a passeggio nell’oscura notte del Maligno.
Ci starà fin dentro le vallate infernali, pur di non fare sentire sola la sua creatura scassinata.
Ci sta fin dentro le patrie galere, nelle anime scorticate di rabbia, nei sottoscala polverosi, dentro i barconi che affondano. Sotto i tappeti, sopra gli armadi, nelle zone d’ombra dellastoria.
Una vicinanza così assurda nemmeno Israele riuscì mai a capirla.
Neanche Giuda e Paolo, Agostino, Francesco, Teresa. Neanche io. Nella lettera che scrive al padre, lo scrittore praghese Kafka è durissimo: «Mi è sempre risultata incomprensibile la tua assoluta mancanza di sensibilità per il dolore e la vergogna che riuscivi ad infliggermi con le tue parole, i tuoi giudizi. Era come se non avessi minima idea del tuo potere».
Il Padre di Gesù è una possibile risposta al padre di Kafka: un conto è indicare la strada, un conto è percorrerla assieme. Scendere fin dentro gli abissi dell’inferno pur di non far svergognare la creatura.
Dio-equilibrista: ci sta anche a costo di far finta di non vedere. “Stare”, dunque, è conseguenza dell’esserci: non può stare chi non esiste. È condizione di innamoramento folle: non può starci chi non è affetto dal desiderio di te. Stare, starci, esserci: «Che sei (nei cieli)» Siccome sei, allora sei laddove sono io. Sulla strada che porta verso l’inferno: per farmi annusare fino all’ultimo che tu ci stai provando ancora con me.
Negli spazi del Paradiso: per mostrarmi che per Te starci è sempre stato verbo di promesse. Mantenute: «Prendi parte alla gioia del tuo padrone» (Mt 25,21).

I cieli. La lontananza è l’intimità più vicina
Sta lassù: rannicchiato, menefreghista, a guardare il mondo dall’elicottero.
È l’affondo di Satana: non t’accorgi che a Dio, alla fin fine, gli interessi poco? Mica capisce le logiche d’amore il Maligno. «Che sei nei cieli» non significa “che non sei in terra”.
Potrebbe mostrarsi l’esatto opposto: scelgo di stare lassù per fare in modo che quaggiù nessuno mi sequestri per sè. Nostro è divieto di proprietà: chi crea non può essere posseduto da chi è creato. Rispetto al cielo viviamo un gradino sotto. Il gradino è punto di differenza, linea di divergenza, tra chi crea e il creato.
Abitare la terra è analisi grammaticale: dividere per capire, smontare per capire. Essere residenti in cielo è analisi logica: grandi manovre, visione d’insieme, garanzia che il finito è benedettamente dentro l’infinito.
È esigenza del campo visivo: ci sono cose – robe d’arte, d’affetti, colpi secchi – che, per capirli, occorre distanziarli dall’occhio. Anche dal cuore: “Allontana un po’ l’immagine. Sei troppo vicino: fai cinque passi indietro. Proviamo a stare un po’ distanti: vediamo se ci manchiamo”. La terra è spaziocondiviso tra uomo e Dio: il cielo è la proprietà privata di Dio. Proposta, però, all’uomo.
A Betlemme, complemento di terra, da foresto Dio diventa amico: in Paradiso, complemento di cielo, l’uomo da straniero diventa cittadino. Il Cielo è la sorgente, la terra è il fiume: nessuna sorgente è più a valle del fiume. Non per questo la sorgente si disinteressa del fiume: è lei a tenere aperti i rubinetti. Alla sorgente, poi, l’acqua è sempre più fresca, non inquinata: il Cielo è spazio in cui Dio non è infangato, lo sguardo è puro, l’aria ossigenata.
Da lassù verso quaggiù è la traiettoria della salvezza: da quaggiù verso lassù – a mo’ di conquista – è l’orgoglio di Babele. Vado-e-torno è cartello strano: dice chiusura ma anche prossima apertura. È lontano ma sta in arrivo. “Vado in cielo e torno in terra” è la promessa di Cristo: «Io vado a prepararvi un posto; quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, ritornerò e vi prenderò con me, perchè siate anche voi dove sono io» (Gv 14,3).
Gli amici non capirono che Lui andava per restare, che il Cielo era condizione di sopravvivenza della Terra. Quando lo capiranno – e lo capiranno senza diritto di replica alcuna – scopriranno che Dio sta nei cieli perchè ci-sta con noi: è nota particolare dell’amore l’andarsene per far splendere, lo stare lontano per tentare di allenare l’intimità, abitare il Cielo per far brillare la terra.
Il cielo è concretezza tremenda, assicurazione di sguardo: chi più in alto sta, più lontano vede. Il Creatore sta in alto: è mestiere di sentinella.
La creatura sta in basso: lavorare il basso, in basso, ricercando l’alto è il mestiere condiviso nei sogni di Dio. Gesù di Nazareth è postino tra il cielo e la terra: porta in terra, all’uomo, il riverbero di Dio.
A Dio riporta la risposta dell’uomo. Avanti-e-indietro: perchè il sentiero più è battuto più diventa strada. Più è nostro più diventa largo: incrocio nel quale Dio mostra di starci con l’uomo. «Padre nostro, che sei nei cieli»: è vero che sta lassù, nei cieli.
È anche vero che ci sono segnali quaggiù – destini riaccesi, amori risanati – che destano sospetto circa chi sia il Mittente.
Il cielo in terra, Dio nell’uomo: il tutto nel frammento.
Gli diedero del matto. •


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